Novantanni fa Antonia Pozzi scriveva “Canto della mia nudità” 20/7/1929

A Palermo novantanni fa il 20/7/1929 la giovane Antonia Pozzi componeva una delle sue poesie più celebri “Canto della mia nudità” Era nata il 3/2/1912 e morì suicida il 3/12/1938.

Interpretazione di Donatella Massara

Donne di parola ha dedicato un recital a “Tra arte e vita: Antonia Pozzi poeta” registrato nel luglio 2012. E messo in scena all’Ansaldo nel maggio 2013. “Canto della mia nudità” è stato interpretato da Raffella Gallerati.
Articoli e la biografia scritta da Graziella Bernabò sono in AUTRICI – Antonia Pozzi

Antonia Pozzi: biografia di Graziella Bernabò

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Antonia Pozzi (Milano 1912-1938)

Antonia Pozzi nasce il 13 febbraio 1912 da genitori molto importanti nella Milano dell’epoca: il padre Roberto è un brillante avvocato gradito al regime; la madre – Carolina (detta Lina) Cavagna Sangiuliani di Gualdana – un’aristocratica di antico lignaggio, oltretutto pronipote di Tommaso Grossi. Antonia vive dunque in un ambiente ricco e raffinato, che le consente di integrare lo studio con frequenti viaggi in Italia e all’estero, e con la pratica di vari sport, soprattutto del prediletto alpinismo.

Al Liceo Ginnasio Manzoni si innamora del suo professore di latino e greco, il grande classicista Antonio Maria Cervi; ma il rapporto con lui, iniziato nel 1930 (dopo il trasferimento del docente a Roma), è contrastato dalla famiglia Pozzi, fino a una forzata interruzione nel 1933. Il profondo dolore che gliene deriva, e che segnerà tutta la sua vita, diventa tuttavia una spinta all’intensificazione dell’attività poetica, precocemente iniziata nel 1929.

Nel frattempo Antonia ha sviluppato una profonda amicizia con Lucia Bozzi ed Elvira Gandini e, su loro suggerimento, si è iscritta alla Facoltà di Lettere della “Statale”, dove studia con docenti di grande prestigio, come Giuseppe Antonio Borgese e Antonio Banfi: con quest’ultimo si laurea nel 1935, discutendo una tesi sull’apprendistato letterario di Flaubert. All’interno del gruppo banfiano stabilisce rapporti confidenziali soprattutto con Vittorio Sereni, il suo amico più caro, Remo Cantoni, Alberto Mondadori, Enzo Paci e, negli anni 1937-38, con Dino Formaggio. In questo contesto è apprezzata come studiosa, ed è amata per le sue doti di gentilezza e generosità, mentre è del tutto sottovalutata sul piano della poesia. Si tratta infatti di un ambiente intellettuale aperto alla più moderna cultura europea filosofica, letteraria e artistica, ma non certo all’“alterità” femminile, e dunque a quella vibrante “differenza” di donna che trova un’originale e ardita espressione nel suo linguaggio poetico.

A partire dalla metà circa degli anni Trenta, Antonia Pozzi comincia a frequentare, con Vittorio Sereni, Dino Formaggio e altri amici, le malinconiche periferie milanesi di Piazzale Corvetto e Porto di mare, dove conosce una realtà di miseria, che, in quanto nascosta dal trionfalismo fascista, le era dapprima sconosciuta, e che suscita in lei una crescente e profonda condivisione. In quel periodo entra anche in contatto con un serpeggiante, benché ancora non ben delineato, antifascismo, Questa nuove esperienze le consentono di aprire la sua poesia, che rivela da sempre un generoso incontro con il mondo esterno, alla concreta realtà storica del suo tempo, arrivando, oltre che ad accenti di denuncia sociale, a esprimere un forte sgomento per le guerre di Etiopia e di Spagna, da lei considerate in un’ottica di morte, anziché di retorica patriottica.

Dolorosamente provata da vicende personali (in particolare da un’ultima sconfitta affettiva), ma anche dalla sottovalutazione della sua poesia nell’ambiente culturale di riferimento e dall’incupimento dell’atmosfera politica – soprattutto dalle leggi razziali che costringono alla fuga dall’Italia i suoi amici Treves – si suicida nel dicembre 1938, a soli ventisei anni, presso l’abbazia di Chiaravalle, chiedendo nell’ultimo messaggio ai genitori di essere sepolta nel cimitero di Pasturo, dove tuttora riposa ai piedi delle amate Grigne.

Nonostante la brevità della sua vita, Antonia Pozzi ha lasciato più di trecento poesie, lettere e diari (purtroppo falcidiati dalla censura del padre) e circa tremila fotografie. Da alcuni decenni la sua figura di donna e di poeta è oggetto di una straordinaria riscoperta di pubblico e di critica, sia in Italia che all’estero.

Graziella Bernabò

Commento su alcune lettere di ANTONIA POZZI scritte fra il 1933 e il 1935

 

 

Antonia Pozzi nel 1933 conclude la sua storia d’amore con Antonio Maria Cervi, Antonello. La sua produzione poetica è raccolta nell’itinerario della Vita sognata, sono opere che invia a lui durante questo anno della ‘terribile scelta’, nel frattempo fa amicizia con il poeta Tullio Gadenz al quale indirizza lettere ritenute molto importanti per capire il suo sviluppo poetico. Nello stesso anno compie un viaggio nel sud Italia con la zia, in maggio. In estate si reca con Elvira Gandini a Breil (Cervinia). Possiamo dire che questo è un anno di svolta perché c’è il passaggio sentimentale della rottura e si riflette sulla sua produzione poetica.

 

Nella lettera a Elvira dell’8 agosto 1933 (Antonia Pozzi, Poesia che mi guardi, (a cura di Graziella Bernabò e Onorina Dino) Luca Sossella, 2010 pag, 463) parla della vacanza in montagna. La definisce un «crepaccio azzurro» nella monotonia della vita. La vita con le amiche era per lei un evento che la spinge a nuove imprese. Nella stessa lettera parla di raggiungere traguardi, di rafforzamento, di spingersi oltre, ricorda anche la bellezza che aveva accompagnato quelle sere passate insieme in montagna, mentre Elvira suonava l’armonica e la musica si diffondeva per la valle, parlando con i lumi dei pastori e con le stelle che si coricavano fra le rocce. Antonia nelle amiche trovava un universo simbolico stimolante.

In questa lettera gli spunti suggestivi sono quelli della sua escursione in solitaria sulla Grigna, nella notte di luna piena, godendo dell’alba e dei primi suoni di campane che arrivano dalla valle. Lo spazio dell’amicizia fra donne è un luogo di azioni che hanno in cuore le altre, mentre è in cima alla vetta le ritorna il ricordo delle sere di Breil a farle compagnia. Antonia sta ricercando l’atmosfera della vacanza con l’amica, dei punti fermi, e vorrebbe andare oltre, costruirsene sempre di più forti. Sfida il suo corpo a sostenere la fatica per raggiungere mete più lontane.

E’ un viaggio solitario ma fatto in compagnia dell’amica, un‘esercitazione per raggiungere insieme nuove sfide. La montagna – le dice – ci insegna a ’durare’, non a ‘finire’. La lezione della montagna, spazio amicale, femminile, di sofferenza e godimento insegna a costruire viaggi che possono anche non concludersi. Durare nonostante gli squarci e gli strazi, dice: continuare dunque, non darsi degli obbiettivi fermi, ma vivere il viaggio. La lettera all’amica apre un orizzonte aperto dalle relazioni fra donne, intesa come una comunità promettente, degna di affidamento per le reciproche speranze, fattiva e proiettata verso il futuro. Una dimensione di cui Antonia aveva un grande bisogno e che la divideva, almeno un attimo, da quella speciale familiarità poetica con la morte, che evoca già nel ’29 in Canto della mia nudità dove «stesa supina sotto troppa terra, starò, quando la morte avrà chiamato.»

La lettera inviata a Remo Cantoni, scritta il 14 aprile del 1935 (id. pag, 471), è rivolta all’amico con gli “occhi buoni”, come lo aveva definito il 12 marzo del 1935 (id. pag, 419), che, a giugno, durante la permanenza in casa sua, scopre potevano diventare “cinici – non più né fraterni né pietosi-” (id. pag.474).

La lettera a Remo di aprile è molto più intimista di quella all’amica, non c’è nessun agire proposto e spazia su un universo soggettivo giocato fra sé, Pasturo e la casa. Il paesello è un luogo dell’anima e sta per accogliere un altro. Un altro a cui non si prospettano passeggiate, escursioni, mete ma paesaggi di fiori. E’ un paesaggio molto più modesto quello che Antonia propone a Remo, molto più famigliare e conciliante, non c’è sfida. C’è piuttosto la purezza del luogo che lei vive come un cristallo senza increspature nel quale passano le sue esperienze, come se qui lei pensasse di essere se stessa, apertamente immersa nei respiri del tempo, dei volti, delle immagini, delle cose amate che la contengono. E giustamente lei teme che questo posto a lui risulti insignificante “Vorrei raccomandare alle cose di farsi il meno brutte possibile” scrive nella lettera. Antonia precede Remo, perché non vuole subire un’irruzione aggressiva nel suo luogo d’amore. Remo è entrato certamente in sintonia con Antonia ma è anche più che un amico, è la sua conquista, è il suo “secondo amore”- come lo chiama lei –  (Graziella Bernabò, Per troppa vita che ho nel sangue, Viennpierre, 2004, pag. 188) dopo la storia dolorosa con Antonello. Vorrebbe un rapporto di coppia a cui lui, a quanto capiamo, era restio. Antonia gli svela il suo sentire soggettivo, interiore, il movimento delle sensazioni che la accompagnano, un linguaggio che spesso ho colto nelle lettere agli amici, più che alle amiche. Nella casa che l’accoglierà Antonia vuole che lui sappia che c’è tutta se stessa, che ama quel luogo, lì si affacciano le ombre delle persone passate e fra queste mura lei sente alitare la storia della sua vita. Perché gli dice tutto ciò? Perché è in un rapporto di fiducia con lui. Antonia gli sta raccontando come Pasturo sia per lei un punto imprescindibile, il suo riferimento, un naturale luogo di riconversione delle acquisizioni, perché qui è «l’aria stessa» che «conserva» il senso delle ore vissute. E’ questo un punto importante che ci descrive un’apertura nella continuità stolida del tempo in cui lei può rientrare con le sue emozioni, i ricordi non sono fredde rammemorazioni ma un impasto forte di sensazioni che le restituiscono la pace, la limpidezza, forse la solidità del suo essere. Per Remo dunque c’è l’offerta della soggettività, quella che è passata al setaccio della coscienza, ma c’è anche la sua sensibilità. Il corpo di Antonia si affaccia attraverso l’odore degli oggetti della casa, la promessa dei prati infiorati, la rassicurazione che qui ha portato tutte le persone che gli sono state più care. Il suo corpo è presente ma non tanto nell’ovvietà metaforica della casa, come luogo da assaporare con delicatezza, ma piuttosto nello spazio materiale dove lei sta scrivendo la sua lettera e dove ha scritto altre pagine di diario, lettere, poesie, dove ha guardato le sue fotografie e ha scoperto già nel febbraio di quell’anno dove nella “gioia di continuare sola/nel limpido deserto dei tuoi monti/ora accetti/ d’esser poeta.” L’invito verso l’ospite è quindi quello di un corpo femminile sensibile, presente, senziente ma che fa tutt’uno con la sua poiesi, capacità creativa di produrre, con la poesia.

Antonia ha voluto questo rapporto. Non pienamente corrisposto, lei lo ha accettato lo stesso. Poi dirà, nella lettera a Vittorio Sereni del 20 giugno del 1935 (Antonia Pozzi, Poesia che mi guardi, id. pag.473) scritta nel mezzo di questa vacanza, che fra lei e Remo le differenze sono incolmabili: di gusti e di modi di pensare e di reagire. Alla fine di questo soggiorno estivo a Pasturo troveranno una conciliazione e Antonia accetterà quello che era più difficile per lei da vivere: la sessualità maschile. Avrebbe voluto che «la cosa fosse completa» ma anche questa scelta non era stata ricambiata, e anche ciò è giusto, dice (id.pag.478). Eppure Remo voleva fare di lei «una vera donna» e lei pensava che una “vera donna” non lo sarebbe stata mai (pag.473). Aveva ragione. A fine agosto Remo se ne è andato da Pasturo.

La loro relazione sentimentale non aveva abbastanza ragioni per continuare. Antonia già in febbraio del 1935 aveva avvertito l’impossibilità di condividere i suoi sentimenti con lui. Ne aveva preavvertito la chiusura – dopo una triste serata mondana – e ne  raccontato nell’abbozzo di un romanzo interrotto. Nella lettera non autografa scritta il 25 agosto del 1935 (Antonia Pozzi, L’età delle parole è finita. Lettere 1927-1938, (a cura di Alessandra Cenni, Onorina Dino), Rosellina Archinto, 1989, pag.79) dove gli racconta una gita sulla Grigna, Antonia definisce se stessa «uno strambo Tognin scombinato», piena di irrequietezza, insoddisfazione, sempre a mezz’aria e con poco ingegno. Con ironia si presenta al maschile, guardandosi con tenerezza e comprensione e una profonda cognizione della propria femminilità. Non sono, però, le parole che usa scrivendo alle sue amiche, dove spesso elargisce buone parole, facendosi lei custode della loro fragilità e non viceversa.

Nelle parole con cui Antonia il 14 aprile del 1935 invitò Remo a Pasturo prevaleva la sicurezza di una scelta. Antonia sta ormai oltre Antonello, per quanto lui potesse essere ancora nel suo sentire. Antonia si è tirata fuori da sola da una storia che per tanti motivi era chiusa e questa situazione la vive raggiungendo una energica stagione poetica, insieme alla scoperta di nuove relazioni ma anche alla separazione dalle due amiche Lucia Bozzi, avviata alla vita religiosa e Elvira Gandini al matrimonio e alla scuola. Siamo in un momento “in cui avrebbe avuto necessità di un confronto e di una misura che le derivassero anche da un mondo femminile forte in cui potesse riconoscersi” come avvertiamo nella lettera a Elvira del 1933. (Graziella Bernabò, Per troppa vita che ho nel sangue, pag.214) Il 1935 è l’anno in cui nella sua vita sorge “almeno nel momento della scrittura, una forte persuasione di sé, della propria più profonda femminilità e del proprio essere senza alcun dubbio, poeta” (id. pag.216)

 

Attraverso queste lettere a Remo e a Elvira che ho interpretato ho visto un’Antonia Pozzi giovane, una promettente poeta che ha in mano le sorti della sua esistenza e sta sperimentando se stessa. Tanto più affligge l’idea che, solo qualche anno dopo, porrà fine alla sua esistenza dichiarando tutto quello che c’era stato nella sua vita degli anni: un esperimento iniziato ma interrotto perché riuscito male. Morendo consegnerà al mondo, però la grandezza di un lascito poetico, che forse lei aveva pensato non avrebbe, comunque, mai avuto una fine.

 

Donatella Massara

Note sulla morte di Antonia Pozzi di Raffaella Gallerati

 Sepolta “nella calma olimpica e nella pace arcadica” delle montagne amate, Antonia Pozzi (1912-1938) rinasce con la sua verità da un abisso temporale, fatto di silenzi e di sottrazioni, di manomissioni e di tagli operati sul suo corpus poetico. La violazione del lascito letterario delle donne, agita spesso dalla miopia di individui, usi all’esercizio del potere e del controllo, è un fatto che ritorna nella storia della letteratura. In questo caso, è il padre della Pozzi a rimaneggiare i testi. Riordina, organizza, cancella quanto non vuole rendere pubblico, sostituisce, impone la sua parola, in continuità con quella pratica di opposizione e di diniego già esercitata sulle scelte sentimentali della figlia, prima del di lei suicidio.

Su questi gesti, estremo quello di Antonia, difensivo e autoritario quello paterno, teso a preservare il buon nome familiare, incombe l’ala nera della storia. E’ il 1938 e già si annunciano i prodromi dell’ultimo conflitto mondiale. Sono a noi tristemente noti gli scenari di devastazione e l’efferatezza dei crimini che il disarmo delle coscienze e la volontà di sopraffazione hanno saputo allestire.

Antonia, ha ventisei anni. Lacerata da annosi conflitti di intima natura, è troppo forte per tollerare imposizioni, compromessi, mediocrità. ” Del rifiuto delle cose ” ha già preso coscienza e l’esperienza dell’impossibile amore è dolore lancinante, implacabile. Presaga dell’imminente catastrofe vede ” nubi di pianto e corolle di deliri ” torcersi agli orli della terra. L’iniquità delle leggi razziali amputa amicizie che la saldano a emozioni, a pratiche, a ideali condivisi e tragicamente, ormai, deve “spegnere le luci a metà della scena d’amore”. Ancora le tocca creare il buio nell’anima per il “desiderio di quel che non s’ avvera”. Per l’ultima dolorosa metamorfosi. La tensione già alta fra il mancato conseguimento delle mete e l’istinto creativo, vitale è giunta all’immedicabile collasso. Ecco, dunque, avanzare la morte, livida, ” abbrividendo con le spalle nude”. Antonia orienta il suo sguardo sul nulla e sceglie l’eternità di un sonno che l’affranchi dalla vertigine del vuoto, dal dolore. La morte consegna il canto e il grido dell’anima, che pervadono le sue liriche, nelle mani di un padre che su quegli scritti ricostruisce un’immagine di figlia ideale e la trasfigura. Un’immagine a lui cara e necessaria, che rimane a lungo velata dal calco della sua manipolazione.

Le poesie, conoscono così una prima edizione privata, per essere distribuite dalla famiglia agli amici e ai conoscenti, appena dopo la sua morte. Negli anni che seguono, escono poche altre edizioni, finchè, di recente, alcune preziose destinatarie e studiose, imbastiscono con intento filologico, una minuziosa ricostruzione dell’intera opera di Antonia Pozzi, ridandoci la sua verità, il lampo sublime che illuminò il suo breve arco di vita.

Dal 1938, seppure Eugenio Montale e altri estimatori, abbiano avuto modo di apprezzarla, diverse generazioni si sono succedute ignorandola.

Ora il mondo accoglie Antonia Pozzi nel firmamento letterario e la colloca fra le più alte voci liriche della poesia italiana del primo Novecento.

In più latitudini, le si tributa il tardivo riconoscimento e si levano voci che interpretano la sua poesia.

 Continuo a interrogarmi, a riflettere sulla sua morte e trovo in me pensieri paralleli alla verità che appartiene a lei soltanto. Frammenti di vita/poesia vengono a galla in un intreccio immaginario..

E’ un giorno di Ottobre del 1938. Un mite e soleggiato pomeriggio di Ottobre che invita Antonia a sospendere la tensione creatrice, lo spasimo della “fertilità operosa” per un giro in bicicletta fuori porta. Sul tavolo, fra la pila dei libri e i fogli di minutissimi appunti, c’è il Corriere della Sera. Ben visibile in prima pagina l’articolo di fondo con la dichiarazione del gran Consiglio di Stato per la difesa della razza. La lettura del quotidiano l’ha messa in subbuglio, fin dal primo mattino, per la strapotenza del regime e per quelle illogiche e astoriche argomentazioni giornalistiche con cui vengono giustificati i gravi provvedimenti decretati contro gli ebrei. Le è ormai chiara l’improvvisa partenza per l’Inghilterra degli amici Paolo e Piero Treves mentre insostenibile si fa il pensiero dell’ adesione familiare alle direttive di stato, seppure per disciplina formale. Il regime impone senza mezzi termini al suo gregge che a quelle disposizioni aderisca con ” meditato convincimento. ” Il presente della giovane Antonia è ansioso come il suo immediato avvenire ma in questo vento di bufera lei ha un sogno e vuole condividerlo con Dino ” un ragazzo alto bruno con un vocione impetuoso, a cui la lega ” una solidarietà così vasta, così calma, così infinita, che..dire amore è quasi una piccola cosa “. Ora è con lui che anima e corpo tendono verso il centro più profondo del suo essere. E’ pronta alla sfida, a rovesciare come una zolla, una vita di agi, a sfidare l’ira paterna, pur di unirsi al suo compagno. Pensa che domani lo vedrà e un sorriso la ravviva; é già più distesa quando immagina di indossare giacca e pantaloni sportivi per la sua pedalata in città. Metterà anche una cravatta, oggi. La sua allure maschile che agli occhi del mondo potrebbe connotarla come eccentrica, stravagante è anche il salvacondotto per un lungo tragitto in bicicletta, in piena libertà. Mentre abbozza mentalmente la direzione, la meta, dove fermarsi e quanto restare, indugia ancora un pò al tavolo. La stanza, con “la bella caduta di foglie di pizzo” delle tendine rosa è limite nonchè connessione con un altrove che è dentro di lei, che modula il suo canto. E’ là, dove si spalanca sovrana la vastità della luce, che lei vuole disperdersi, tornare a solcare, come fa con Dino, la spaziosa pianura e guardare a lungo ” il tramonto nell’acqua “. E’ sull’ immagine di sè riflessa nello specchio che finisce di annodare con dita agili la cravatta. Poi, presa la macchina fotografica, scende in strada. Da via Mascheroni, si porta oltre il quartiere ticinese nelle adiacenze di Chiaravalle. ” L’ inquieto languore della capigliatura” si scioglie al vento ” sulla tensione snella del piede “.Tutto il corpo è finalmente un liquido fluire. Quando in lontananza vede stagliarsi la ciribiciaccola, o la torretta dell’abbazia di Chiaravalle, rallenta e va dove vale la pena arrivare. Va lungo ” i fossi, con le foglie secche come piccole nubi scricchiolanti sotto le ruote ” e fotografa pioppi, aie, risaie, bimbi, contadini, aratri. Abitanti e cose della periferia, così profondamente a lei cari e necessari, sanno donarsi con il loro mistero al pudore di quello sguardo che delicatamente li cattura.

Ora è totalmente aperta, ricettiva, entusiasta.. Svanisce così dai miei occhi la sua immagine ” dentro un silenzio infinito denso di suoni..”  La perdo ma più da vicino la guardo. C’è una folla in lei , una ridda di voci inconciliabili, quando si interroga e si ascolta. Una scissione che spontaneamente e magicamente si disfa nella creazione, nella luce dell’amore, nell’estasi delle ascensioni alpine o nell’assoluta immediatezza dello scatto fotografico.

Se il suo palpitare è ” vita vissuta solo dal di dentro ” la poesia, al pari della fotografia, è luce che libera dal buio ” le onde prigioniere”, l’anelito del suo essere. Poeta e fotografa, Antonia coniuga linguaggi separati in un’unica narrazione. Poesia e fotografia sono mosse dalla stessa inquietudine creativa, da uno sguardo che nel dialogo col mondo fa scoperte gioiose, ha dolorose sospensioni, orizzonti di conoscenza, lampi di coscienza.

Immergersi nel flusso dell’esistenza é per lei vivere al culmine ogni cosa di sè, del proprio mondo. Con acuta sensibilità.

Il passaggio dalla luce al buio, dal bianco al nero, è senza spazi intermedi. Messa così in gioco nell’avvicendarsi degli opposti, la sua carica di vitalità diventa simultanea consapevolezza della disperazione, del dolore, della morte. Consapevolezza e totalità capaci di cogliere l’essenza, di trasmigrare nei versi con quella forte partecipazione emotiva che sempre sottende la sua relazione con le persone, i luoghi, le cose del mondo visibile e invisibile.

L’alternarsi di luci e di ombre, di vita e di morte, tratto che caratterizza la giovane età adulta della Pozzi, è presente fin dall’adolescenza.

A sedici anni così scrive nel suo diario: “…se pure alcunchè di doloroso e di violento è passato nella mia vita tranquilla, io ho vissuto questa vita intensamente, godendo quasi delle mie stesse sofferenze, esultante per la gioia di poter vivere dentro di me, di sentirmi dentro, chiusa come in uno scrigno, un’anima, un’anima palpitante, ridente, nostalgica, appassionata; è forse per questa piena di sentimenti, per cui in una giornata soffro e godo ciò che apparentemente si può soffrire e godere in tutta un’esistenza, che rimpiango il passato, che adoro il presente, che non desidero l’avvenire…”

Solo dieci anni più tardi, Antonia Pozzi muore suicida. Giace ormai sotto i cieli di Pasturo, ” in pace come una cosa della terra, come un ciuffo di eriche, arso dal gelo”.

Raffaella Gallerati